Post del mese: giugno 2020

Cybersicurezza: i nostri inizi – Quinta parte: 1996 (l’anno della svolta)

In questo post continueremo a parlare di come la nostra azienda sia passata da umili origini a ciò che siamo oggi. E questa serie sui nostri inizi nel mondo della cybersicurezza la dobbiamo… al lockdown! Se non fosse stato per questa situazione, non avrei mai trovato il tempo per vagare nei miei ricordi come sto facendo ultimamente…

Nel caso ve le foste perse, ecco le puntate precedenti:

Prima parte
Seconda parte
Terza parte
Quarta parte

E arriviamo alla quinta parte: il 1996. Davvero un anno cruciale, che ha fatto da spartiacque…

Innanzitutto, alla KAMI, dove lavoravo ancora, i proprietari decisero di prendere strade diverse. Come risultato, KAMI fu suddivisa in diverse aziende indipendenti. E l’anno seguente, il 1997, anche noi prendemmo una strada diversa.

In secondo luogo, firmammo un contratto OEM (Original Equipment Manufacturer) con la società tedesca G-Data per la fornitura del nostro motore antivirus. Quel contratto durò per ben 12 anni, fino al 2008, quando diventammo leader del mercato tedesco. Andò proprio così. La nostra abilità tecnica originale era inarrestabile! Ma cosa dovevamo fare? In ogni caso, era stata G-Data ad avvicinarsi a noi (all’epoca non eravamo in grado di cercare attivamente partner tecnologici), offrendo la collaborazione a Remizov, boss di KAMI, che culminò con la firma del contratto al CeBIT, come descritto nella parte 4. E fu così che il nostro business delle licenze tecnologiche decollò.

Dopo i tedeschi (nel 1995) arrivarono i finlandesi, F-Secure (nel 1996), allora conosciuti come Data Fellows. Lasciate che vi racconti come iniziò la nostra collaborazione con loro.

Nell’agosto 1995 arrivò sulla scena il primo macro virus in assoluto, che infettava i documenti di Microsoft Word. Si scoprì che scrivere virus macro era un’operazione molto diretta, e che si stavano diffondendo a ritmi allarmanti tra un gran numero di utenti ignari. Questo fenomeno attirò l’attenzione di altri creatori di virus, e molto rapidamente i macro virus diventarono il più grande grattacapo per il settore. Il loro rilevamento era tutt’altro che facile, poiché il formato di un documento Word è il più complesso (chi lo avrebbe mai detto?). Così per diversi mesi le aziende antivirus giocarono a fare gli sciamani con vari metodi, fino a quando, all’inizio del 1996, McAfee (la compagnia) annunciò il metodo di smantellamento “corretto” per il formato dei documenti Word. Quella notizia fu ripresa dal nostro collega Andrey Krukov (che era entrato a far parte del nostro collettivo nel 1995), ed egli saltò fuori con una soluzione tecnica elegantissima ed efficace. Iniziai a far spargere la voce, e ben presto varie aziende iniziarono a contattarci con offerte per l’acquisto della nostra tecnologia. Dopo aver raccolto diverse offerte di questo tipo, organizzammo un incontro con tutti loro, in occasione della successiva Virus Bulletin Conference a Brighton, nel Regno Unito, dove Andrey ed io ci dirigemmo nell’autunno del 1996.

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    19 ore fa

Cybersicurezza: i nostri inizi – Quarta parte: CeBIT

Finalmente è arrivata l’estate. Ce n’è voluto di tempo! Ma non sono sicuro che sia la benedizione che normalmente è, visto che siamo ancora tutti seduti a casa in smart working. Certo, ci sono state “facilitazioni” qua e là in giro per il mondo, ma noi qui a K non abbiamo fretta di… accelerare le cose. Credo che questo valga anche per altre aziende IT che lavoreranno da casa almeno fino all’autunno, mentre altre sono propense a rimanere a casa fino alla fine dell’anno. E naturalmente i viaggi d’affari sono ancora impensabili, così come le fiere di settore e le conferenze, i Giochi Olimpici e il Festival di Cannes e tutta una serie di altri eventi di grande portata. Basti pensare che alcuni paesi hanno ancora le frontiere chiuse.

Quindi sì, siamo ancora tutti in casa, non usciamo molto e ogni giorno che passa siamo un po’ più inquieti. Almeno per molti le cose stanno così, ne sono sicuro. Ci sono altri che approfittano di tutto il tempo a disposizione e fanno più esercizio fisico che mai! Io mi trovo nel mezzo. A volte sono stanco del fatto che i giorni sembrino tutti uguali ma comunque cerco di tenermi occupato. E questo include scavare nei miei archivi per trovare alcune vecchie foto, che portano a ricordi felici (il che mi fa pensare a quanto il mondo stia cambiando velocemente), che portano a questo mio nuovo post!

Sì, questa serie combina molta cyber-nostalgia, oltre a varie intuizioni personali e di business che ho raccolto nel tempo, che spero saranno utili per alcuni, o semplicemente interessanti per altri. Di conseguenza, continuo qui oggi con la quarta parte, e continuo i miei racconti, iniziati nella terza parte, sul CeBIT

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Quale gruppo di hacker sta attaccando la vostra rete aziendale? Non tirate a indovinare… verificate!

Circa quattro anni fa, la cybersicurezza è diventata una pedina della geopolitica. I politici di tutti i partiti e di tutte le nazionalità si incolpano a vicenda per ostili operazioni di spionaggio informatico e, allo stesso tempo (sembra ironico ma non lo è) gli strumenti informatici (armi) in loro possesso per attaccare altri paesi diventano ogni giorno più potenti. Nel fuoco incrociato delle baruffe geopolitiche ci sono le compagnie indipendenti di sicurezza informatica, che hanno le capacità e il coraggio di smascherare questa pericolosissima buffonata.

Perché tutto ciò? È tutto molto semplice…

In primo luogo, utilizziamo ancora il termine fresco/romantico/sci-fi/Hollywood/glamour “cyber'”, coniato quando è sorto questo fenomeno. Un aggettivo che fa vendere, non solo prodotti ma anche notizie. Ed è popolare, anche tra i politici: una comoda distrazione, data la sua popolarità e il suo essere di moda, quando c’è bisogno di un elemento per sviare l’attenzione su altro, il che può accadere spesso.

In secondo luogo, il mondo “cyber” è molto tecnico, la maggior parte della gente non lo capisce. Di conseguenza i media, quando trattano di qualcosa a riguardo e cercano sempre più click sulle loro storie, sono in grado di pubblicare di tutto, anche quando si tratta di notizie non del tutto vere (o completamente false), pochi lettori se ne accorgono. Quindi. quello che si ottiene sono un sacco di storie sui giornali che affermano che questo o quel gruppo di hacker di questo o quel paese è responsabile di questo o quel cyber attacco imbarazzante, costoso, dannoso e scandaloso. Ma si può credere a tutto questo?

In generale, è difficile capire in cosa credere. Alla luce di quanto detto, è davvero possibile attribuire con precisione la responsabilità di un attacco informatico?

La risposta va divisa in due parti:

Dal punto di vista tecnico, i cyberattacchi possiedono una serie di caratteristiche particolari, ma un’analisi imparziale del sistema può stabilire solamente quanto un attacco sembri opera di questo o quel gruppo hacker.

Tuttavia, che il gruppo hacker possa appartenere alla sotto-unità di intelligence militare 233, al National Advanced Defense Research Projects Group, o alla Joint Strategic Capabilities and Threat Reduction Taskforce (nessuno di questi nomi esiste, potete evitare di cercare su Google), è un aspetto politico, e qui la probabilità di manipolazione dei fatti è vicina al 100%. Si passa da conclusioni tecniche, basate su prove accurate a.… predire il futuro. Ed è un compito che lasciamo alla stampa, ne stiamo alla larga. Nel frattempo, curiosamente, la percentuale di “api politiche” che si immergono nel miele della sicurezza informatica più pura e che si basa sui fatti, cresce a dismisura con l’avvicinarsi di importanti eventi politici, proprio come quello che si terrà tra cinque mesi!

Conoscere l’identità del gruppo hacker responsabile di un attacco rende la lotta molto più facile: si può attuare una risposta agli incidenti adeguata e con dei rischi minimi per il business.

Quindi sì, l’attribuzione politica è qualcosa che noi evitiamo. Ci atteniamo all’aspetto tecnico: è nostro dovere ed è ciò che facciamo come azienda. E lo facciamo meglio di chiunque altro, oserei aggiungere modestamente. Teniamo d’occhio tutti i grandi gruppi di cybercriminali e le loro operazioni (più di 600), e non prestiamo alcuna attenzione a quale potrebbe essere la loro affiliazione politica. Un ladro è un ladro, e dovrebbe andare in carcere sempre. Ora, finalmente, a più di 30 anni da quando mi sono avventurato in questo “gioco”, dopo aver raccolto senza sosta così tanti dati sui crimini digitali, ci sentiamo pronti a condividere quello che abbiamo in mano, a fin di bene.

Abbiamo lanciato un nuovo fantastico servizio rivolto agli esperti di sicurezza informatica. Si chiama Kaspersky Threat Attribution Engine. Analizza i file sospetti e determina da quale gruppo di cybercriminali proviene un determinato attacco informatico. Conoscerne l’identità rende molto più facile la lotta: è possibile prendere decisioni informate sulle contromisure, elaborare un piano d’azione, definire le priorità e, nel complesso, è possibile dare una risposta adeguata all’incidente con un rischio minimo per l’azienda.

Interfaccia di Kaspersky Threat Attribution Engine

 

 

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Notizie dal mondo informatico (in lockdown): 92 marzo 2020

La maggior parte della gente in tutto il mondo è in lockdown da circa tre mesi! E sempre in questi ultimi tre mesi sono sicuro che vi avranno menzionato un famoso film di qualche tempo fa, ma ecco la nuova versione: Ricomincio da capo non è più un film divertente! Poi c’è la questione tempo metereologico “accidenti se fa bello, accidenti se fa freddo”: se il tempo è umido e invernale, tutti sono depressi (oltre al lockdown); se, invece il tempo diventa bello, secco ed estivo, tutti sono depressi perché non si può uscire!

Eppure, credo che forse sia una consolazione che la maggior parte di noi stia vivendo in casa la stessa esperienza. Può darsi. Ma siamo comunque noi, persone buone e con una vita normale. E i cybercriminali? Come se la stanno cavando rinchiusi in casa? Beh, l’altra settimana vi ho dato alcune statistiche e tendenze in merito. Oggi voglio continuare con un aggiornamento, perché, sì, i cybercriminali si muovono in fretta. // Oh, e comunque – se siete interessati ad altre notizie dal lato oscuro, alias I-news, date un’occhiata a questa tag d’archivio.

Prima di tutto, qualche dato in più, dati aggiornati e rassicuranti.

Marzo, e poi ancora di più, aprile, ha visto grandi balzi nell’attività criminale informatica generale; tuttavia, maggio ha poi visto un brusco calo, fino a ritornare ai livelli pre-coronavirus di gennaio-febbraio:

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Cybersicurezza: i nostri inizi – Terza parte: 1992-199x

Nel caso vi foste persi le prime due, siamo arrivati alla terza puntata sui miei inizi nel mondo dell’informatica. Dato che sono in lockdown come la maggior parte delle persone, ho più tempo a disposizione per poter fare una piacevole passeggiata nel viale dei ricordi della cyberseKurity. Normalmente adesso sarei su un aereo destinazione chissà dove, un po’ per affari e un po’ per turismo, di solito i viaggi occupano la maggior parte del mio tempo. Ma dato che niente di tutto ciò almeno offline/di persona è possibile al momento, sto usando una parte di quel tempo libero per poggiare le dita sulla tastiera e per buttare giù un flusso continuo di ricordi nostalgici dalla sfera personale / dal mondo Kaspersky Lab /o semplicemente aneddoti cyber-storici: in questo post, coprirò il periodo che vai dai primi anni alla metà degli anni Novanta.

Quando un errore di battitura si trasforma in un brand

All’inizio, tutte le nostre utility antivirus erano state denominate secondo il template “-*.EXE”. Ad esempio, “-V.EXE’2(antivirus scanner), “-D.EXE” (residente monitor), “-U.EXE” (utility). Il prefisso “-” fu usato per assicurarsi che i nostri programmi si trovassero in cima alla lista di programmi in un file manager (quando il lato tecnico si incontra fin da subito con le tattiche da PR).

Più tardi, quando rilasciammo il nostro primo prodotto completo, prese il nome di “Antiviral Toolkit Pro”, la cui abbreviazione logica avrebbe dovuto essere “ATP”, ma non fu così…

Verso la fine del 1993 o all’inizio del 1994, Vesselin Bontchev, che avevo incontrato in precedenti occasioni (vedete Cybersicurezza – pt. 1), mi chiese una copia del nostro prodotto da testare presso il Virus Test Center dell’Università di Amburgo, dove lavorava all’epoca. Naturalmente accettai e, mentre salvavo i file, per errore chiamai l’archivio AVP.ZIP (invece di ATP.ZIP), per poi spedirlo così a Vesselin senza rendermene conto. Qualche tempo dopo, Vesselin mi chiese il permesso di mettere l’archivio su un server FTP (in modo che fosse disponibile per tutti) e accettai di nuovo. Una settimana o due dopo mi disse: “Il tuo AVP sta diventando davvero popolare sull’FTP!”

“Quale AVP?”, chiesi.

“Cosa intendi con ‘Quale AVP’? I file che mi hai mandato tu, ovviamente!”

“COSA?! Cambiate subito il nome all’archivio, si è trattato di un errore!”

“Troppo tardi. È già in circolazione e si chiama AVP!”

E questo è quanto: AVP fu! Per fortuna, l’abbiamo fatta franca (più o meno) visto che il prodotto si chiamava Anti-Viral toolkit Pro (come ho detto, più o meno). Fatto trenta, facemmo trentuno: dopo di ciò, cambiammo il nome di tutte le nostre utility lasciando cadere il prefisso “-” e mettendo “AVP” al suo posto e ancora oggi lo usiamo nei nomi di alcuni moduli.

Primi viaggi d’affari in Germania per il CeBIT

Nel 1992, Alexey Remizov (il mio capo alla KAMI, dove prima lavoravo), mi aiutò a ottenere il mio primo passaporto per i viaggi all’estero e mi portò con lui alla fiera CeBIT di Hannover, in Germania. Lì avevamo uno stand modesto, condiviso con poche altre aziende russe. Il nostro tavolo era per metà occupato dal transputer KAMI, mentre l’altra metà con le nostre offerte di antivirus. Fummo ricompensati con un po’ di nuovi affari, ma niente di eccezionale. Comunque sia, fu un viaggio molto utile…

Le nostre impressioni sul CeBIT di allora erano di totale stupore. Una fiera enorme! E non era passato molto tempo da quando la Germania era stata riunificata, ci ricordava la Germania dell’Ovest, capitalismo informatico sfrenato! In effetti, uno shock culturale (seguito da un secondo shock culturale quando tornammo a Mosca, ma parlerò di questo più avanti).

Data l’enormità del CeBIT, il nostro piccolo stand condiviso non venne praticamente preso in considerazione. Tuttavia, fu il proverbiale “primo passo” (il più difficile) per entrare in questo mondo. Passo che fu seguito da una seconda visita al CeBIT quattro anni dopo, quella volta per iniziare a costruire la nostra rete di partner europei (e poi globali). Ma questo è un argomento per un altro giorno post (che penso potrebbe essere interessante soprattutto per chi inizia il proprio lungo viaggio professionale).

Comunque, anche allora, avevo capito che il nostro progetto aveva un disperato bisogno di un qualche tipo di supporto di PR/marketing. Ma dato che avevamo, tipo, appena due rubli da mettere insieme, più il fatto che i giornalisti non avevano mai sentito parlare di noi, fu difficile ottenerne uno. Tuttavia, come risultato diretto del nostro primo viaggio al CeBIT, riuscimmo a ottenere un pezzo su di noi (e scritto da noi) sulla rivista russa di tecnologia ComputerPress nel maggio 1992: PR casalingo!

Ucci Ucci, sento odor di dollarucci (degli inglesi)!

Il mio secondo viaggio d’affari avvenne nel giugno-luglio di quello stesso anno, nel Regno Unito. Il risultato di questo viaggio fu un altro articolo, questa volta su Virus Bulletin, intitolato The Russians Are Coming, la nostra prima pubblicazione all’estero. Comunque, nell’articolo si parlava di “18 programmatori”. Probabilmente c’erano 18 persone in totale che lavoravano alla KAMI, ma nella nostra divisione AV c’eravamo solo noi tre.

Londra, giugno 1992

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