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Una nebbiosa Londra

Uff. Sono stati due giorni molto difficili nella capitale del Regno Unito. In questo post, scriverò qualcosa su questi due giorni e vi farò vedere tante foto…

Sono stati due giorni in cui ci siamo alzati alle prime luci dell’alba e siamo andati a letto tardi. Tre conferenze + tre discorsi + tante riunioni + tante interviste + tanto traffico + tante camminate (per evitare il traffico) + nient’altro! Voglio dire, niente di interessante dal punto di vista turistico o che non riguardi il lavoro. Bùù! Sono però riuscito a fare qualche scatto in questi due giorni:

Un torbido Tamigi:

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Londra – Tel Aviv con la British Airways: poco soddisfatto

Eccoci qui di nuovo…

Suona la sveglia: “Dove sono?”. Hotel, doccia, valigia, taxi, aeroporto, check-in, raggi X, colazione (se così si può chiamare, panino e succo di frutta). Poi gate e… posto lato finestrino. Questa è stata la prima nota dolente della giornata. Mi trovavo proprio sopra l’ala, tra l’altro una di quelle sporche e molto grandi (era un Boeing 777). Avevo già l’impressione che sarebbe stata una di quelle giornate in cui tutto va storto…

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Non si vede nulla dal finestrino? Non mi rimane che schiacciare un pisolino. Era un volo di quelli che partono presto, tipo alle 8:00 di mattina, ma prendere sonno con il ZZZ dell’aereo e dell’ala non sarebbe stato facile…

Sono riuscito ad addormentarmi proprio quando il pilota mi ha svegliato. Stava annunciando che per problemi tecnici non riuscivamo a decollare. Booo, comunque “meglio prevenire che curare!”. Ci hanno quindi rispediti al gate, tutti in massa, e poi indietro fino all’aeroporto fino a quando non hanno risolto il problema.

Siamo rimasti seduti lì per 2 ore mentre risolvevano il problema, rimuovevano la parte dell’aereo difettosa e la rimpiazzavano con una nuova. Almeno avevano la parte di scorta – ho pensato tra me e me.

Poi ci hanno rispediti in massa verso il Boeing, accompagnati da alcuni assistenti di volo della British dallo strano accento.

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Un’altra mezza maratona di Londra

Salve gente!

Continuiamo la nostra camminata sulle rive del Tamigi. L’altra volta si trattava della prima parte della passeggiata della giornata (prendendo la funivia e arrivando al Cutty Sark); ecco la seconda parte.

Dopo il Cutty Sark, ci siamo ritrovati nuovamente all’entrata del tunnel pedonale sotto il Tamigi, che io e A.B. abbiamo attraversato l’altra settimana. Stavolta no.

Questa volta non abbiamo girato a destra e siamo scesi attraverso il tunnel, ma abbiamo proseguito dritto, lungo l’argine del fiume. Ci siamo detti “perché no?”: il sentiero era piacevole e agevole, c’erano tante cose da vedere e c’era il sole: quel giorno, perfino le nuvole meritavano di essere fotografate. Bene, oggi niente tunnel.

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La mezza maratona di Londra

Normalmente, per i post sul blog mi attengo al seguente modus operandi: se non ci sono molte foto, allora deve compensare una buona quantità di testo; se le foto sono tante, lascio che parlino loro e ci vado più piano con il numero di parole.

Oggi, amici, sarò di poche parole. È questa la caratteristica della capitale del Regno Unito: c’è sempre tanto da vedere e da fotografare. Ci sono stato nel fine settimana con il mio compagno di viaggio A.B., anche lui un amante di Londra, e abbiamo corso un’autentica mezza maratona fotografica lungo tratti delle rive del Tamigi che non avevo mai visto prima, tutte le nicchie e le fessure lungo la strada.

La notte precedente alla nostra maratona fotografica abbiamo alloggiato nel mio hotel preferito della capitale: Ham Yard. Non la sistemazione più vicina al Tamigi, ma meglio così: il nostro riscaldamento prima di giungere al fiume è avvenuto nella Cattedrale di St. Paul, e ovviamente non potevamo non salire sulla sua famosa cupola.

london-uk-spring-stroll-1Dentro la cattedrale è vietato fare foto e video, ma la vista dalla sommità e anche tutto intorno è semplicemente stupenda, da sfondo del PC.

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Mission Impossible 5: KLondra!

Come sapete non vado pazzo per i film hollywoodiani degli ultimi anni, ma uno è l’eccezione che conferma la regola: consiglio a tutti di vedere al più presto! (e vi dirò ora il perché…)

Il film incredibilmente impossibile di cui sto parlando è Mission Impossible 5.

Cosa lo rende così speciale tanto da dedicarci un post del mio blog? Potete immaginarlo forse…

Una scena del film è stata girata nei nostri uffici a Londra! Si tratta della scena dell’interrogatorio negli “uffici della CIA a Londra”: in realtà era l’edificio dove si trovano i nostri uffici a Padington, e alcune parti sono state girate proprio sul nostro piano.

Da sinistra a destra: Alec Baldwin nei panni di Hunley e Simon Pegg nel ruolo di Benji. Mission: Impossible – Rogue Nation. Paramount Pictures a Skyda

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Giugno a Londra: tante cose da vedere, ma anche tante persone

Buon giorno a tutti da Londra!

Non credo di essere mai stato a Londra d’estate. In autunno, in inverno, in primavera molte volte, ma mai in estate. Chissà per quale strano motivo…

Ecco perché non sapevo che fosse all’apice della sua stagione turistica. Lungo le rive del Tamigi (il posto che più preferisco per una camminata) abbiamo incontrato grandi folle. La fila per London Eye era pazzesca (mi ricordava le lunghe file per il controllo passaporto presso l’aeroporto JFK). Per non parlare della quantità di artisti di strada, musicisti, ciclisti e le numerose file per… il gelato.

Estate Londra

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La notte degli Oscar di Londra

La scorsa notte, a Londra, ha avuto luogo la cerimonia annuale degli SC Magazine Awards Europe.

Gli SC Awards sono una sorta di Oscar europei nell’ambito della sicurezza informatica e in genere Kaspersky Lab riesce sempre ad aggiudicarsi qualche premio – come è successo lo scorso anno. Ma quest’anno è stata la prima volta che abbiamo ricevuto due premi in una sola notte. Urrà!

Non sono premi qualsiasi, si tratta di:

  • Information Security Vendor of the Year; e
  • Information Security Team of the Year (per il nostro fantastico team Global Research and Analysis)

Che emozione! Grazie a tutti, grazie a mamma, papà, gatto, Dio, ecc… Ma soprattutto grazie a tutti i membri di Kaspersky Lab; sono loro che hanno reso possibile tutto questo 🙂

vittoria SC Awards 2013

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Cybersicurezza: i nostri inizi – Ottava parte: 1998-2000 (riorganizzazione, uffici all’estero, conferenze dei partner)

I primi anni dopo la fondazione dell’azienda furono i più duri di tutti, perché dovevamo mettercela tutta sempre, in qualsiasi momento, dedicando ore e ore di lavoro. Era come se stessimo tirando una molla affinché poi si liberasse l’energia che avrebbe portato l’azienda in alto e nella giusta direzione, verso i nostri sogni a occhi aperti (attenzione a ciò che sognate). Dopo la registrazione formale di KL nel 1997, facemmo tanto con molto poco . Non avevamo soldi e quasi nessuna risorsa, ma il treno della cybersecurity non aspettava nessuno: servivano nuove tecnologie e il mercato richiedeva nuovi prodotti. Così lavoravamo la maggior parte dei fine settimana e non prendevamo una vacanza quasi mai. A cosa stavamo lavorando? Ecco un esempio…

Giugno 1998: l’epidemia globale del Virus Chernobyl (CIH). Tutte le altre aziende AV non se ne erano accorte o non se preoccupavano, oppure erano in vacanza; eravamo quasi l’unica azienda ad avere un prodotto che non solo catturava, ma curava anche i sistemi infettati da questo agente patogeno. Il WWW (ormai non solo Runet) era costellato di link al nostro sito. E fu così che ci premiarono per i nostri tempi di reazione davvero veloci alle nuove minacce e anche per la nostra capacità di lanciare aggiornamenti rapidi con procedure per il trattamento di minacce specifiche. Nel frattempo, questa specifica minaccia di virus si installava in modo incredibilmente astuto nella memoria di Windows, agganciava le chiamate di accesso ai file e infettava i file eseguibili, tutto ciò richiedeva un processo di dissezione personalizzato che sarebbe stato impossibile da fornire senza una funzionalità flessibile di aggiornamenti.

Quindi, sì, stavamo ottenendo risultati e stavamo crescendo. E poi, due mesi dopo, ricevemmo un aiuto (del destino?!) e del tipo più inaspettato…

Agosto 1998: ci fu la crisi finanziaria russa, con la svalutazione del rublo, più la Russia inadempiente riguardo al suo debito. Fu un male per la maggior parte dei russi nel complesso ma noi fummo davvero fortunati: tutti i nostri partner stranieri ci pagarono in anticipo in valuta estera. Eravamo esportatori. La nostra moneta, opera/lavoro, un rublo fortemente svalutato; il nostro reddito, dollari, sterline, yen, ecc. Un po’ di tutto!

Ma non rimanemmo a riposarci sugli allori “fortunati” nel mezzo della crisi finanziaria. Sfruttammo questo periodo anche per assumere nuovi manager, dei costosi professionisti! E poco dopo seguirono direttori commerciali, tecnici e finanziari. E poi iniziammo ad assumere anche manager di medio livello. Questa fu la nostra prima  “riorganizzazione” in assoluto, quando il “team” passò ad essere una “società”; quando le relazioni amichevoli e organiche furono sostituite da una struttura organizzativa, una sistema e un livello di responsabilità più formali. Una riorganizzazione che avrebbe potuto essere dolorosa; per fortuna, non lo fu e andammo avanti senza troppa nostalgia dei vecchi tempi famigliari.

// Per tutto ciò che riguarda questo tipo di riorganizzazione-ristrutturazione-“reingegnerizzazione”- consiglio vivamente il libro Reengineering the Corporation di Michael Hammer e James Champy. È davvero un buon libro. Altri libri interessanti, qui.

Nel 1999 aprimmo il nostro primo ufficio all’estero, a Cambridge, nel Regno Unito. Ma come mai, penserete, visto che il mercato britannico è forse uno dei più difficili da conquistare per gli stranieri, perché proprio lì? In realtà, fu un po’ per caso (vi spiegherò poi). Comunque, dovevamo pur iniziare da qualche parte e, ad ogni modo, le nostre prime esperienze, compresi molti errori e lezioni imparate, nel Regno Unito hanno contribuito a rendere lo sviluppo del business in altri paesi molto più agevole…

Il nostro primo tour con la stampa ebbe luogo a Londra, dato che ci trovavamo comunque nella capitale britannica per una conferenza sulla sicurezza informatica (InfoSecurity Europe). Durante il press tour annunciammo con orgoglio l’intenzione di aprire un ufficio nel Regno Unito. Ma i giornalisti semplicemente si chiesero perché, dato che nel Paese c’erano già Sophos, Symantec, McAfee e così via, già ben affermati. Così passammo alla modalità “fanatici”: raccontammo come la nostra azienda fosse davvero innovativa e come, grazie a loro, fossimo migliori di tutta la concorrenza di cui avevano appena parlato. Questo messaggio fu accolto con notevole interesse e sorpresa (e un altro bonus: da allora non ci hanno più fatto domande così sciocche!). A proposito, allInfoSecurity Europe tenni il mio primo discorso in assoluto di fronte a un pubblico di lingua inglese composto da… due giornalisti, che si rivelarono essere dei nostri amici di Virus Bulletin che già sapevano molto su di noi! Comunque, quella fu la prima, e l’ultima, volta che una delle nostre presentazioni non fosse al completo (comunque: dettagli – qui).

Per quanto riguarda la nostra prima conferenza con i partner, ecco come è nata…

Nell’inverno 1998-1999 fummo invitati alla conferenza dei partner del nostro socio OEM F-Secure (Data Fellows). E fu così che venimmo a conoscenza dell’intero sistema di conferenze di partner e della loro unicità: riunirci tutti insieme, condividere le ultime informazioni sulle tecnologie e sui prodotti, ascoltare le preoccupazioni e i problemi dei partner e discutere di nuove idee, perfetto! E nel giro di un anno (nel 1999) organizzammo la nostra conferenza per i partner, invitando a Mosca circa 15 partner dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal Messico. Eccoci tutti qui, in Piazza della Rivoluzione, accanto alla Piazza Rossa e al Cremlino:

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Cybersicurezza: i nostri inizi – sesta parte: il rapporto con i media

La settimana scorsa mi sono reso conto di essere stato in isolamento-lockdown-quarantena per un intero quarto d’anno. Tre mesi seduto a casa, con solo un paio di brevi incursioni nell’ufficio deserto, più ogni fine settimana nella nostra dacia con la famiglia altrettanto isolata. Per tutti, una vita quotidiana davvero straordinaria. Per me, niente aerei/aeroporti, niente alberghi, niente riunioni o discorsi: insomma, pochissimi viaggi.

Ma tutto è relativo: in tre mesi abbiamo viaggiato tutti per oltre 230 milioni di chilometri (un quarto di un’orbita terrestre intorno al Sole)! E questo senza tener conto del fatto che il sistema solare stesso viaggia a una velocità pazzesca. Una cosa che non è cambiata molto da quando è iniziato il lockdown sono gli incontri d’affari, si sono semplicemente tutti spostati online. Ah sì, e tutti i nostri affari in generale si stanno svolgendo in questo modo: come al solito ma senza essere colpiti da virus biologici.

Ma basta parlare di lockdown; probabilmente siete stanchi di sentire questa parola. Meglio continuare con i miei racconti dal fronte del cyber-passato: questa volta parlerò di interviste a giornali, riviste, radio, TV, oltre ad altre presenze in pubblico varie (mi è venuta in mente la mia attività di “media relations” mentre raccontavo della mia settimana di interviste al CeBIT di molto tempo fa, Cybersicurezza: i nostri inizi – quarta parte). Ed è venuto fuori che ho un sacco di cose da raccontarvi sulle esperienze interessanti che ho vissuto parlando con i media e parlando in pubblico e tutto il resto, un sacco di aneddoti divertenti e insoliti, oltre naturalmente ad alcune foto (illuminate e ripulite).

Ci saranno vari tipi di media-racconti di diverse dimensioni e sapori: dai discorsi in sale praticamente vuote agli stadi stracolmi! Dalle minuscole e sconosciute pubblicazioni sui media locali a conglomerati di media globali di altissimo livello dai nomi noti! Dalle conferenze professionali presso le principali università e/o con un pubblico appositamente equipaggiato con il meglio della tecnologia alle conferenze informali sulle meraviglie dell’aritmetica su una nave che navigava verso… l’Antartide con Drake Passage! Eugene è la costante, tutto il resto intorno cambia.

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Cybersicurezza: i nostri inizi – Terza parte: 1992-199x

Nel caso vi foste persi le prime due, siamo arrivati alla terza puntata sui miei inizi nel mondo dell’informatica. Dato che sono in lockdown come la maggior parte delle persone, ho più tempo a disposizione per poter fare una piacevole passeggiata nel viale dei ricordi della cyberseKurity. Normalmente adesso sarei su un aereo destinazione chissà dove, un po’ per affari e un po’ per turismo, di solito i viaggi occupano la maggior parte del mio tempo. Ma dato che niente di tutto ciò almeno offline/di persona è possibile al momento, sto usando una parte di quel tempo libero per poggiare le dita sulla tastiera e per buttare giù un flusso continuo di ricordi nostalgici dalla sfera personale / dal mondo Kaspersky Lab /o semplicemente aneddoti cyber-storici: in questo post, coprirò il periodo che vai dai primi anni alla metà degli anni Novanta.

Quando un errore di battitura si trasforma in un brand

All’inizio, tutte le nostre utility antivirus erano state denominate secondo il template “-*.EXE”. Ad esempio, “-V.EXE’2(antivirus scanner), “-D.EXE” (residente monitor), “-U.EXE” (utility). Il prefisso “-” fu usato per assicurarsi che i nostri programmi si trovassero in cima alla lista di programmi in un file manager (quando il lato tecnico si incontra fin da subito con le tattiche da PR).

Più tardi, quando rilasciammo il nostro primo prodotto completo, prese il nome di “Antiviral Toolkit Pro”, la cui abbreviazione logica avrebbe dovuto essere “ATP”, ma non fu così…

Verso la fine del 1993 o all’inizio del 1994, Vesselin Bontchev, che avevo incontrato in precedenti occasioni (vedete Cybersicurezza – pt. 1), mi chiese una copia del nostro prodotto da testare presso il Virus Test Center dell’Università di Amburgo, dove lavorava all’epoca. Naturalmente accettai e, mentre salvavo i file, per errore chiamai l’archivio AVP.ZIP (invece di ATP.ZIP), per poi spedirlo così a Vesselin senza rendermene conto. Qualche tempo dopo, Vesselin mi chiese il permesso di mettere l’archivio su un server FTP (in modo che fosse disponibile per tutti) e accettai di nuovo. Una settimana o due dopo mi disse: “Il tuo AVP sta diventando davvero popolare sull’FTP!”

“Quale AVP?”, chiesi.

“Cosa intendi con ‘Quale AVP’? I file che mi hai mandato tu, ovviamente!”

“COSA?! Cambiate subito il nome all’archivio, si è trattato di un errore!”

“Troppo tardi. È già in circolazione e si chiama AVP!”

E questo è quanto: AVP fu! Per fortuna, l’abbiamo fatta franca (più o meno) visto che il prodotto si chiamava Anti-Viral toolkit Pro (come ho detto, più o meno). Fatto trenta, facemmo trentuno: dopo di ciò, cambiammo il nome di tutte le nostre utility lasciando cadere il prefisso “-” e mettendo “AVP” al suo posto e ancora oggi lo usiamo nei nomi di alcuni moduli.

Primi viaggi d’affari in Germania per il CeBIT

Nel 1992, Alexey Remizov (il mio capo alla KAMI, dove prima lavoravo), mi aiutò a ottenere il mio primo passaporto per i viaggi all’estero e mi portò con lui alla fiera CeBIT di Hannover, in Germania. Lì avevamo uno stand modesto, condiviso con poche altre aziende russe. Il nostro tavolo era per metà occupato dal transputer KAMI, mentre l’altra metà con le nostre offerte di antivirus. Fummo ricompensati con un po’ di nuovi affari, ma niente di eccezionale. Comunque sia, fu un viaggio molto utile…

Le nostre impressioni sul CeBIT di allora erano di totale stupore. Una fiera enorme! E non era passato molto tempo da quando la Germania era stata riunificata, ci ricordava la Germania dell’Ovest, capitalismo informatico sfrenato! In effetti, uno shock culturale (seguito da un secondo shock culturale quando tornammo a Mosca, ma parlerò di questo più avanti).

Data l’enormità del CeBIT, il nostro piccolo stand condiviso non venne praticamente preso in considerazione. Tuttavia, fu il proverbiale “primo passo” (il più difficile) per entrare in questo mondo. Passo che fu seguito da una seconda visita al CeBIT quattro anni dopo, quella volta per iniziare a costruire la nostra rete di partner europei (e poi globali). Ma questo è un argomento per un altro giorno post (che penso potrebbe essere interessante soprattutto per chi inizia il proprio lungo viaggio professionale).

Comunque, anche allora, avevo capito che il nostro progetto aveva un disperato bisogno di un qualche tipo di supporto di PR/marketing. Ma dato che avevamo, tipo, appena due rubli da mettere insieme, più il fatto che i giornalisti non avevano mai sentito parlare di noi, fu difficile ottenerne uno. Tuttavia, come risultato diretto del nostro primo viaggio al CeBIT, riuscimmo a ottenere un pezzo su di noi (e scritto da noi) sulla rivista russa di tecnologia ComputerPress nel maggio 1992: PR casalingo!

Ucci Ucci, sento odor di dollarucci (degli inglesi)!

Il mio secondo viaggio d’affari avvenne nel giugno-luglio di quello stesso anno, nel Regno Unito. Il risultato di questo viaggio fu un altro articolo, questa volta su Virus Bulletin, intitolato The Russians Are Coming, la nostra prima pubblicazione all’estero. Comunque, nell’articolo si parlava di “18 programmatori”. Probabilmente c’erano 18 persone in totale che lavoravano alla KAMI, ma nella nostra divisione AV c’eravamo solo noi tre.

Londra, giugno 1992

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