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Funzionalità di cui non avete mai sentito parlare (versione 2018): KFP

Quando devo scegliere un capo di abbigliamento, la caratteristica più importante per me è la praticità. Un bel packaging, la marca, lo status economico che rappresenta etc,non mi interessano. Vale lo stesso con le automobili: se una macchina è in grado di portarmi dal punto A al punto B in poco tempo, in modo sicuro e comodo (meglio con aria condizionata), allora per me va benissimo.

Lo stesso principio di “ignorare gli aspetti meno importanti”, dovrebbe essere applicato anche alla scelta di un prodotto per la sicurezza informatica. Anche se ciò spesso non accade, bisognerebbe essere sicuri di non essere tentati dal “resto” (tema marketing), che non ha nulla a che fare con la protezione in senso stretto. Da test indipendenti è emerso che i prodotti “antivirus di nuova generazione” in realtà adottano falsa intelligenza artificiale e protezione antivirus in realtà piena di falle. Sono prodotti che hanno solo un effetto placebo, mettiamola così. Per non essere vittime del marketing e di un basso livello di sicurezza, dovete rimboccarvi le maniche e capire come funzionano veramente le cose. Ovviamente non tutti hanno il tempo, la pazienza e le conoscenze tecniche per leggere attentamente la documentazione di un prodotto per la sicurezza informatica, e capirla. Ma anche se dovesse essere questo il caso, può essere anche che lo sviluppatore del prodotto infarcisca il documento di farraginoso gergo informatico. Continua a leggere:Funzionalità di cui non avete mai sentito parlare (versione 2018): KFP

Funzionalità di cui non avete sentito parlare – Aggiornamento 2017

Abbiamo “salvato il mondo” per, mmmm, fatemi pensare, 19 anni! In realtà lo facciamo da ancora più tempo, ma 19 anni fa abbiamo registrato KL come azienda (del Regno Unito).

Ahimè, “salvare il mondo” una volta per tutte e per sempre non è possibile: le cyberminacce si evolvono in continuazione e i cybercriminali trovano sempre nuovi fornitori d’attacco nel panorama digitale, facendo in modo che quest’ultimo non sia mai sicuro al 100%. Ad ogni modo, centinaia di persone provenienti da ogni parte del mondo, ogni giorno hanno la possibilità di proteggere la propria privacy e i propri dati in diversi dispositivi e in diverse situazioni di vita, utilizzano in maniera sicura i negozi online e i servizi bancari; proteggono inoltre i propri figli dalle porcherie digitali, dai pervertiti del web e dai truffatori.

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Per quanto riguarda noi (chi vi protegge), per i nostri esperti ci sono tante raison d’être: ogni foto sottratta ai ransomware, ogni sito di phishing bloccato, ogni botnet bloccata e ogni cybercriminale arrestato: ognuna di queste cose è motivo di soddisfazione professionale e di orgoglio. Vuol dire che tutto il duro lavoro non è stato svolto a vuoto; vuol dire che stiamo lavorando bene sul serio.

Nella lotta alle porcherie del web, ai pervertiti e ai furfanti informatici, abbiamo a disposizione per voi una vasta gamma di strumenti sempre aggiornati e migliorati.

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Cybersicurezza: i nostri inizi – Ottava parte: 1998-2000 (riorganizzazione, uffici all’estero, conferenze dei partner)

I primi anni dopo la fondazione dell’azienda furono i più duri di tutti, perché dovevamo mettercela tutta sempre, in qualsiasi momento, dedicando ore e ore di lavoro. Era come se stessimo tirando una molla affinché poi si liberasse l’energia che avrebbe portato l’azienda in alto e nella giusta direzione, verso i nostri sogni a occhi aperti (attenzione a ciò che sognate). Dopo la registrazione formale di KL nel 1997, facemmo tanto con molto poco . Non avevamo soldi e quasi nessuna risorsa, ma il treno della cybersecurity non aspettava nessuno: servivano nuove tecnologie e il mercato richiedeva nuovi prodotti. Così lavoravamo la maggior parte dei fine settimana e non prendevamo una vacanza quasi mai. A cosa stavamo lavorando? Ecco un esempio…

Giugno 1998: l’epidemia globale del Virus Chernobyl (CIH). Tutte le altre aziende AV non se ne erano accorte o non se preoccupavano, oppure erano in vacanza; eravamo quasi l’unica azienda ad avere un prodotto che non solo catturava, ma curava anche i sistemi infettati da questo agente patogeno. Il WWW (ormai non solo Runet) era costellato di link al nostro sito. E fu così che ci premiarono per i nostri tempi di reazione davvero veloci alle nuove minacce e anche per la nostra capacità di lanciare aggiornamenti rapidi con procedure per il trattamento di minacce specifiche. Nel frattempo, questa specifica minaccia di virus si installava in modo incredibilmente astuto nella memoria di Windows, agganciava le chiamate di accesso ai file e infettava i file eseguibili, tutto ciò richiedeva un processo di dissezione personalizzato che sarebbe stato impossibile da fornire senza una funzionalità flessibile di aggiornamenti.

Quindi, sì, stavamo ottenendo risultati e stavamo crescendo. E poi, due mesi dopo, ricevemmo un aiuto (del destino?!) e del tipo più inaspettato…

Agosto 1998: ci fu la crisi finanziaria russa, con la svalutazione del rublo, più la Russia inadempiente riguardo al suo debito. Fu un male per la maggior parte dei russi nel complesso ma noi fummo davvero fortunati: tutti i nostri partner stranieri ci pagarono in anticipo in valuta estera. Eravamo esportatori. La nostra moneta, opera/lavoro, un rublo fortemente svalutato; il nostro reddito, dollari, sterline, yen, ecc. Un po’ di tutto!

Ma non rimanemmo a riposarci sugli allori “fortunati” nel mezzo della crisi finanziaria. Sfruttammo questo periodo anche per assumere nuovi manager, dei costosi professionisti! E poco dopo seguirono direttori commerciali, tecnici e finanziari. E poi iniziammo ad assumere anche manager di medio livello. Questa fu la nostra prima  “riorganizzazione” in assoluto, quando il “team” passò ad essere una “società”; quando le relazioni amichevoli e organiche furono sostituite da una struttura organizzativa, una sistema e un livello di responsabilità più formali. Una riorganizzazione che avrebbe potuto essere dolorosa; per fortuna, non lo fu e andammo avanti senza troppa nostalgia dei vecchi tempi famigliari.

// Per tutto ciò che riguarda questo tipo di riorganizzazione-ristrutturazione-“reingegnerizzazione”- consiglio vivamente il libro Reengineering the Corporation di Michael Hammer e James Champy. È davvero un buon libro. Altri libri interessanti, qui.

Nel 1999 aprimmo il nostro primo ufficio all’estero, a Cambridge, nel Regno Unito. Ma come mai, penserete, visto che il mercato britannico è forse uno dei più difficili da conquistare per gli stranieri, perché proprio lì? In realtà, fu un po’ per caso (vi spiegherò poi). Comunque, dovevamo pur iniziare da qualche parte e, ad ogni modo, le nostre prime esperienze, compresi molti errori e lezioni imparate, nel Regno Unito hanno contribuito a rendere lo sviluppo del business in altri paesi molto più agevole…

Il nostro primo tour con la stampa ebbe luogo a Londra, dato che ci trovavamo comunque nella capitale britannica per una conferenza sulla sicurezza informatica (InfoSecurity Europe). Durante il press tour annunciammo con orgoglio l’intenzione di aprire un ufficio nel Regno Unito. Ma i giornalisti semplicemente si chiesero perché, dato che nel Paese c’erano già Sophos, Symantec, McAfee e così via, già ben affermati. Così passammo alla modalità “fanatici”: raccontammo come la nostra azienda fosse davvero innovativa e come, grazie a loro, fossimo migliori di tutta la concorrenza di cui avevano appena parlato. Questo messaggio fu accolto con notevole interesse e sorpresa (e un altro bonus: da allora non ci hanno più fatto domande così sciocche!). A proposito, allInfoSecurity Europe tenni il mio primo discorso in assoluto di fronte a un pubblico di lingua inglese composto da… due giornalisti, che si rivelarono essere dei nostri amici di Virus Bulletin che già sapevano molto su di noi! Comunque, quella fu la prima, e l’ultima, volta che una delle nostre presentazioni non fosse al completo (comunque: dettagli – qui).

Per quanto riguarda la nostra prima conferenza con i partner, ecco come è nata…

Nell’inverno 1998-1999 fummo invitati alla conferenza dei partner del nostro socio OEM F-Secure (Data Fellows). E fu così che venimmo a conoscenza dell’intero sistema di conferenze di partner e della loro unicità: riunirci tutti insieme, condividere le ultime informazioni sulle tecnologie e sui prodotti, ascoltare le preoccupazioni e i problemi dei partner e discutere di nuove idee, perfetto! E nel giro di un anno (nel 1999) organizzammo la nostra conferenza per i partner, invitando a Mosca circa 15 partner dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal Messico. Eccoci tutti qui, in Piazza della Rivoluzione, accanto alla Piazza Rossa e al Cremlino:

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Giocare a nascondino con i malware fileless

Il codice dannoso… si insinua ovunque…

È un po’ come un gas, che riempirà sempre lo spazio in cui si trova, anche se una differenza c’è: il codice dannoso passerà sempre attraverso i “buchi” (le vulnerabilità) di un sistema informatico. Quindi il nostro lavoro (anzi, uno di questi) è trovare tali falle e chiuderle. Il nostro obiettivo è di farlo in modo proattivo, cioè prima che il malware scopra queste falle. E se ci riesce, siamo lì pronti ad acciuffarlo.

Di fatto, è questa protezione proattiva e la capacità di prevedere le azioni dei cybercriminali e di creare una barriera in anticipo che fa la differenza tra una cybersecurity di qualità e altamente tecnologica dal marketing di paccottiglia.

Oggi voglio parlarvi di un altro modo in cui la nostra protezione proattiva protegge da un tipo di malware, particolarmente astuto. Sì, voglio parlarvi del cosiddetto codice dannoso fileless (o bodiless, senza corpo), un tipo pericoloso di malware-fantasma che ha imparato a usare i difetti dell’architettura di Windows per infettare i computer. E voglio parlarvi anche della nostra tecnologia brevettata che combatte questa particolare cyber-malattia. Lo farò proprio come piace a voi: spiegando problemi complessi in modo semplice, senza nascondere nulla ma in modo avvicente, una sorta di cyber-thriller con elementi di suspense.

Prima di tutto, cosa indica il termine fileless?

Ebbene, il codice fileless, una volta entrato in un sistema informatico, non crea copie di sé stesso sotto forma di file su disco e, in questo modo, evita di essere individuato dalle tecniche tradizionali, utilizzando ad esempio un monitor antivirus.

Come può esistere un tale “malware fantasma” all’interno di un sistema? In realtà, risiede nella memoria di processi affidabili! Ah, sì. Proprio così.

Su Windows (in realtà, non solo Windows), è sempre esistita la possibilità di eseguire un codice dinamico che, in particolare, viene utilizzato per il compilatore just-in-time; cioè, il codice del programma viene trasformato in linguaggio macchina non subito, ma quando è necessario e nel modo in cui è necessario. Questo approccio aumenta la velocità di esecuzione per alcune applicazioni. E per supportare questa funzionalità, Windows permette alle applicazioni di inserire il codice nella memoria del processo (o anche in un’altra memoria di un processo affidabile) e di eseguirlo.

Non è una grande idea dal punto di vista della sicurezza, ma cosa si può fare? Da decenni milioni di applicazioni eseguite su Java, .NET, PHP, Python e altri linguaggi e per altre piattaforme funzionano in questo modo.

Come era facile prevedere, i cybercriminali hanno approfittato della possibilità di utilizzare il codice dinamico, inventando vari metodi per utilizarlo per i propri scopi. E uno dei metodi più comodi e quindi più diffusi è la cosiddetta Reflective PE injection. Che cosa? Lasciate che vi spieghi (in realtà, è un argomento piuttosto interessante, quindi abbiate pazienza)…

Lanciare un’applicazione cliccando su un’icona, un’operazione abbastanza semplice e diretta, giusto? Sembra semplice, ma in realtà, dietro ci sono tante operazioni in ballo: viene richiamato un loader di sistema, che prende il rispettivo file dal disco, lo carica in memoria e lo esegue. E questo processo standard è controllato dai monitor antivirus, che controllano al volo la sicurezza dell’applicazione.

Ora, quando c’è un “riflesso”, il codice viene caricato bypassando il loader del sistema (e quindi anche il monitor antivirus). Il codice viene posto direttamente nella memoria di un processo affidabile, creando un “riflesso” del modulo eseguibile originale. Tale riflesso può essere eseguito come un modulo reale caricato con un metodo standard, ma non è registrato nella lista dei moduli e, come detto sopra, non ha un file sul disco.

Inoltre, a differenza di altre tecniche di iniezione del codice (per esempio, tramite shellcode), le reflected injection consentono di creare un codice funzionalmente avanzato in linguaggi di programmazione ad alto livello e framework di sviluppo standard con quasi nessuna limitazione. Quindi quello che si ottiene è: (i) nessun file, (ii) l’occultamento dietro un processo affidabile, (iii) l’invisibilità alle tradizionali tecnologie di protezione e (iv) via libera per causare un po’ di caos.

Quindi, naturalmente, le reflected injection hanno avuto un grande successo tra gli sviluppatori di codici dannosi: all’inizio apparivano in pacchetti di exploit, poi sono entrati in gioco le cyberspie (per esempio, Lazarus e Turla), i cybercriminali avanzati (perché è un modo utile e legittimo di eseguire un codice complesso!) e infine anche i cybercriminali di poco conto.

Ora, dall’altra parte della barricata, trovare una tale infezione fileless non è una passeggiata nel cyber-parco. Quindi non c’è da stupirsi che la maggior parte dei vendor di sicurezza informatica non sia troppo esperta. Alcune riescono a malapena a individuare il problema.

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Exploring Russia: Turismo ÷ Lockdown x Acceleratore = Vincitori sul podio!

A metà primavera di quest’anno, al culmine del periodo “tutti a casa”, era ovvio che le prospettive per il mondo non  sembravano essere per nulla rosee, e che sarebbero rimaste così per molto tempo. L’economia in generale ne risente e ne risentirà parecchio, per usare un eufemismo, mentre il settore del turismo in particolare ne uscirà devastato, con molte aziende che non supereranno la crisi. Così noi di K abbiamo fatto quello che facciamo spesso sempre, ci abbiamo pensato su e abbiamo deciso… di dare una mano ai settori più colpiti.

All’inizio di maggio ho annunciato il lancio dell’acceleratore per startup del turismo chiamato “Kaspersky Exploring Russia”. Da allora abbiamo iniziato a ricevere richieste ma non avrei mai immaginato che ne sarebbero state inviate più di 500, da 47 paesi (quasi un quarto di tutti i paesi del mondo!) dei cinque continenti (tutti tranne l’Antartide!). E leggendo queste richieste mi sono reso conto di quanto potenziale ci sia nel settore del turismo, tante idee, e tante grandi startup e progetti già esistenti. Non c’erano restrizioni geografiche per le candidature: potevano, e così è stato, provenire da qualsiasi parte del pianeta, ma dovevano descrivere idee turistiche che potessero sfruttare il potenziale del turismo russo o essere applicate in Russia. Abbiamo vagliato tutte le candidature per poi stilare una Top- 10 delle migliori idee, dieci idee che sono rientrate nel programma dell’acceleratore.

Durante due settimane questi 10 progetti hanno partecipato a master class e conferenze online. Ogni team ha avuto una serie di incontri personalizzati con i mentori. Le principali figure del settore hanno condiviso con i partecipanti le loro esperienze e il loro know-how per costruire un business di successo. Fra i mentori c’erano: Vikas Bhola, direttore regionale di Booking.com; Gemma Rubio, fondatrice di Define the Fine; Vadim Mamontov, direttore generale di Russia Discovery e altri professionisti del settore. E in quelle due settimane i partecipanti hanno anche perfezionato le loro presentazioni, che hanno poi sottoposto alla giuria, di cui io facevo parte.

La settimana scorsa i finalisti hanno tenuto le proprie presentazioni e hanno risposto alle nostre domande nella giornata finale. E così abbiamo scelto tre vincitori, ai quali sono stati assegnati deipremi dai nostri partner. Lasciate che vi racconti un po’ di ognuno di loro…

Il primo posto è stato asseganto a 360 Stories. Si tratta di un’applicazione mobile di realtà aumentata con una guida dal vivo. Dicono che la loro mission è quella di “modernizzare l’esperienza turistica tradizionale creando tour interattivi dal vivo con guide in tempo reale”. Con 360 Stories gli utente ora possono visitare da casa le proprie città e attrazioni turistiche preferite iscrivendosi a un’esperienza personalizzata accompagnati da una guida locale in tempo reale.

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i-Antitrust: riavere la possibilità di scegliere

Combattere le ingiustizie. È quello che facciamo e che continueremo a fare, anche quando vuol dire combattere una grande ingiustizia e su vasta scala…

Ad esempio, nel 2017 siamo riusciti a raggiungere un accordo con la Microsoft per far sì che l’azienda avesse più un occhio di riguardo verso il proprio prodotto antivirus. Microsoft potrebbe essere considerata come il gigante Golia dei giorni nostri e noi il rispettivo Davide! Abbiamo bisogno di esserlo, perché qualcuno deve opporsi ai giganti, ora e in futuro, se questi giganti provano a dominare in maniera ingiusta. Se non lo si facesse, gli utenti arriverebbero ad avere meno scelta.

Lo scorso anno abbiamo dovuto indossare i guantoni da boxe per un’altra disputa, sempre per una questione di antitrust, ma stavolta la lotta ha avuto a che fare con un altro Golia, dal nome Apple. Percorriamo rapidamente l’anno passato fino ad arrivare a due notizie che sicuramente vi interesseranno.

Ma prima un po’ di contesto. Continua a leggere:i-Antitrust: riavere la possibilità di scegliere

Altre buone notizie dal fronte della proprietà intellettuale

Non ho potuto fare a meno di notare che le ultime notizie che abbiamo ricevuto dai nostri legali esperti in materia di brevetti sono state delle grandi vittorie! 😊 E sono contento di poter continuare a dare buone nuove, annunciandovi un’altra importantissima vittoria che abbiamo ottenuto solo pochi giorno dopo dall’ultima…

Ancora una volta abbiamo avuto la meglio in un’importante causa sui brevetti. Questa volta ci opponevamo a Uniloc (la stessa Uniloc che è riuscita a spillare 388 milioni di dollari alla Microsoft). Dovreste sapere che nel 2018 già ci avevano fatto causa per lo stesso brevetto, ma siamo riusciti a uscirne vincitori.

Di recente, durante la fase di negoziazione riguardante un’altra causa per violazione di brevetto intrapresa da Uniloc, abbiamo ricevuto un messaggio dai rappresentanti della compagnia in cui affermavano di essere stanchi di combattere ed erano pronti a finirla lì. Ovvero voleva dire che erano disposti a chiudere la causa se anche noi lo eravamo. E naturalmente eravamo disposti, ma solo senza compromessi e in poco tempo. E così abbiamo redatto un comunicato congiunto sul momento per “archiviazione senza appello” (“dismissal with prejudice”), il che vuol dire che non si potranno più intraprendere ulteriori azioni per la stessa causa.


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Cyber-notizie dal lato oscuro: chi vi ha detto che potevate vendere i miei dati?

Il 28 gennaio è stato il compleanno di mia zia Olga, che coincide con il Data Privacy Day. E mia zia Olga non ne era al corrente, eppure dovrebbe! I dati digitali sono la moneta del nuovo millennio. Avere a disposizione i dati su triliioni di click e transazioni è una vera e propria miniera d’oro per qualsiasi azienda. E ci sono tante aziende che ogni anno fatturano milioni di dollari, il cui business si basa sulla vendita di queste risorse.

Le compagnie IT globali hanno maggiore accesso ai dati personali rispetto ai governi. Di conseguenza, si tratta di un tema estremamente importante e, in un certo qual modo, anche tossico.

E quando ci sono i soldi di mezzo, ci sono sempre anche persone con cattive intenzioni. I cybercriminali che sfruttano i dati degli utenti si stanno moltiplicando a vista d’occhio, ma anche alcune aziende rispettabili possono utilizzare questi dati per scopi non proprio trasparenti, e la maggior parte delle volte sembrano farla franca. Ma ne parleremo più avanti.

Ora mi piacerebbe fare una semplice domanda alla quale, almeno nel mondo IT, non è ancora stata data una risposta: cosa è bene e cosa è male? Voglio dire: dove si trova la sottile linea di separazione tra la morale umana universale e l’etica del business?

Purtroppo, ciò che riguarda la cyber-etica e la cyber-morale è un argomento molto ambiguo. Nel frattempo, posso assicurarvi che con l’introduzione del 5G e nel futuro con il grande incremento dei dispositivi appartenenti al mondo dell’Internet delle Cose, i nostri dati saranno raccolti sempre di più, giorno dopo giorno.

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13 anni di fan club… e l’avventura continua!

Durante alcune conversazioni mi è capitato di menzionare il fan club di Kaspersky e immediatamente mi viene chiesto perché (e come) un’azienda di antivirus abbia un fan club. Vi spiego: perché produciamo protezioni antivirus da molto tempo, perché siamo un’azienda che si dedica a organizzare eventi e attività interessanti e divertenti e perché molte persone vogliono essere partecipi di ciò che fa Kaspersky pur non lavorando per l’azienda. E poi perché avere un fan club è figo.

Mi fa quasi paura dirlo ma tutta questa storia è iniziata ben 13 anni fa, quando abbiamo lanciato la nostra versione 6, ben accolta nel settore della sicurezza informatica. Sul forum pubblicavamo nuovi build quasi ogni giorno, e decine di volontari prendevano immediatamente questo codice promettente ma non ancora ben definito, lo installavano e ne testavano il funzionamento. Credo che ai tempi la motivazione principale per partecipare fosse che gli sviluppatori (l’intero team, senza eccezioni, faceva parte del forum) venivano a conoscenza all’istante di qualsiasi feedback che arrivasse dal report dei bug e delle funzionalità che sarebbe stato utile aggiungere. Gli utenti apprezzavano che venisse ascoltata la loro opinione su aspetto, comportamento e le future sorti di un popolare prodotto antivirus. Continua a leggere:13 anni di fan club… e l’avventura continua!

Una trappola irresistibile per i malware

Non ho visto il sesto film di Mission Impossible, e non credo che lo vedrò. Ho visto il quinto (in uno stato zombie durante un lungo viaggio a casa dopo una dura settimana di lavoro) solo perché una scena era stata girata nel nostro nuovo e moderno ufficio di Londra. Si trattava di un capitolo di troppo di Mission Impossible, film che non sono per niente il mio stile. Botte, spari, schianti, esplosioni, stupore, rabbia. Nah, io preferisco qualcosa di più impegnativo, intellettualmente stimolante e semplicemente più interessante. Dopotutto, il mio tempo è limitato e prezioso.

Sto davvero insultando Tom Cruise e compagnia, vero? Aspettate. In realtà, devo riconoscere il merito di almeno una scena fatta molto bene (voglio dire, che risulta essere intellettualmente stimolante e semplicemente interessante). Si tratta della scena nella quale i buoni devono far sì che uno dei cattivi tradisca i suoi compagni, o una cosa del genere. Per far ciò, mettono in scena un ambiente falso in un “ospedale” con la “CNN” che annuncia in “TV” un Armageddon nucleare. Contento del fatto che il suo manifesto apocalittico fosse stato diffuso al mondo intero, il cattivo consegna i suoi compagni (o era un codice di accesso?) come d’accordo con gli interrogatori. Ups, ecco lo spezzone.

Perché mi piace tanto questa scena? Perché, in realtà, dimostra adeguatamente uno dei metodi per rilevare minacce informatiche sconosciute! Effettivamente, esistono molti metodi, che cambiano a seconda dell’area di applicazione, efficacia, uso di risorse e altri parametri (scrivo spesso qui a proposito di ciò). Ce n’è uno che spicca sempre: l’emulazione (di cui ho parlato molto qui).

Come nel film MI, un emulatore introduce l’oggetto investigato in un ambiente artificiale isolato, spingendolo a rivelare il suo carattere dannoso.

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